Elevator Innovation Hub: uno spazio di co-working 4.0 nel cuore della Pianura padana

Elevator Innovation Hub: uno spazio di co-working 4.0 nel cuore della Pianura padana

A Vicenza c’è un luogo particolare. Un habitat perfetto per innovatori, startupper, visionari. Un luogo concetti come shared innovation, design thinking, creatività e trasparenza sono di casa, e dove un giovane imprenditore hi-tech può progettare, prototipare, incontrare i clienti, e può contare su professionisti, tecnologi e creativi di alto valore, letteralmente a due passi dall’ufficio.

Questo luogo si chiama Elevator Innovation Hub, ed è perfetto per ogni startupper alla ricerca non di un semplice ufficio, ma di una comunità aperta a tutti gli innovatori, i talentuosi, i visionari, e pronta a dialogare con il territorio, con le aziende, con le persone. Insomma, un esempio di spazio di co-working 4.0 unico nel suo genere.

Elevator Innovation Hub, poi, ha un altro grande punto di forza. La sua eccezionale posizione geografica. Perché Vicenza è nel cuore della Pianura padana, e bastano un paio di ore di treno per raggiungere Milano. In questo post, Matteo Pozzi, uno dei tre AD dell’Elevator Innovation Hub, racconta la genesi e la missione del progetto.

elevator vicenza esterni2

Prima di tutto Matteo, potresti raccontarci il tuo percorso, e perché sei diventato un innovatore?

Vedi, ho sempre avuto la passione dell’elettronica. Fin da ragazzino, quando passavo ore il sabato pomeriggio nell’azienda di fotocopiatrici e macchine da ufficio di mio padre, e mi divertivo a smontare le macchine obsolete. [ride] Prendevo i vari pezzi e cercavo di costruire qualcosa di nuovo, spesso senza troppo successo. È da lì che è iniziato tutto: dalla curiosità di capire come funzionavano le cose, e dalla voglia di costruire cose nuove.

E il tuo percorso scolastico-accademico?

Nel segno dell’elettronica. Alle scuole superiori l’ITS Rossi, elettronica e telecomunicazioni, e poi ingegneria elettronica all’Università di Padova.

Ci sono state figure di grandi innovatori che ti hanno particolarmente ispirato?

Devo dire di sì. Da piccolo, come molti del resto, ero affascinato dalla fantascienza, dall’epica di Star Trek. Poi, crescendo, sono stato ispirato da grandi menti come Steve Jobs, un autentico rivoluzionario, da Nikola Tesla, da Albert Einstein, ma anche da Gandhi, San Francesco. Geni che hanno saputo guardare il mondo in modo davvero nuovo, rompendo sul serio gli schemi.

Tu parli spesso dell’importanza di rompere gli schemi…

Certo! È l’unico modo che abbiamo per evolvere, e per trasformarci in qualcosa di migliore. Perché l’innovazione, alla fine, è la capacità di migliorare noi stessi, le nostre capacità, il mondo intorno a noi. Gli animali e le piante evolvono. Gli esseri umani, grazie agli strumenti, alle tecnologie che sviluppano sin dal paleolitico, innovano: dalla ruota all’automobile, dai razzi spaziali alla realtà aumentata. E ci tengo a sottolineare che l’innovazione più profonda non ha una dimensione meramente materiale, ma soprattutto conoscitiva. L’innovazione ci aiuta a espandere i nostri orizzonti, a capire. Per questa ragione una tecnologia antica come gli occhiali da vista, e una molto recente come la visione artificiale, sono entrambe profondamente innovative.

Ci hai parlato prima del tuo percorso scolastico-accademico. E quello professionale?

Durante gli studi a Padova ho lavorato nell’azienda di mio padre, continuando per un paio di anni dopo la laurea, in qualità di tecnico informatico. Poi ho deciso di uscire dal nido, cercare la mia strada, e ho trovato lavoro nel reparto R&D di un’azienda che si occupava di visione artificiale, e in particolare dei dispositivi di lettura automatica delle targhe. Purtroppo era una PMI, e oltre a lavorare nella R&D dovevo ricoprire altri ruoli, occupandomi ad esempio di assistenza tecnica o di problematiche di gestione. In altre parole, di R&D vera e propria ne riuscivo a fare davvero poca, però vedevo che i consulenti esterni di cui l’azienda si avvaleva per portare avanti alcuni progetti sperimentali riuscivano a fare R&D di un certo livello. Mi convincevo sempre di più che la R&D probabilmente funzionava meglio se esternalizzata…

E hai lasciato l’azienda.

Esatto. Ho lasciato il mio posto di dipendente, e ho aperto la mia azienda focalizzata proprio sulla R&D. Ensys nasce, nel 2012, proprio come serbatoio di intelligenza. Intelligenza e (dato che siamo su piazza ormai da otto anni), esperienza. E l’esperienza conta, in questo settore, perché quando per anni ti occupi di progetti di R&D, puoi – in qualche modo – standardizzare i processi, ed efficientare il tutto, evitando errori, complicazioni e passi falsi.

In quest’avventura non sei solo. Hai due soci.

Esatto. Siamo un hardwarista (Diego), un firmwarista (Alberto) e un softwarista, il sottoscritto.

86695257 501213970828361 1402349690212581376 o

Tu sei uno degli AD di Elevator Innovation Hub. Puoi raccontarci il percorso che ha condotto alla nascita di questo grande polo di innovazione?

Come accade in Silicon Valley! Di fronte alla macchinetta del caffè. Per la precisione quella che c’è al Simal, il business center in via Zamenhof (naturalmente sempre qui a Vicenza), dove allora la nostra azienda aveva sede. Un pomeriggio stavo prendendo un caffè quando ho visto l’amministratore di Simal con una signora. Si avvicinano a me, la signora mi stringe la mano e si presenta: è Rosanna Lovato, ex AD di Lovato Gas, e ha un sogno; vorrebbe trasformare la vecchia sede dell’azienda, ormai vuota, in un hub dell’innovazione. L’idea mi entusiasma sin dal primo momento!

Un obiettivo ambizioso.

Molto ambizioso, e sacrosanto. Perché l’innovazione serve come pane al nostro territorio, pur tra i più imprenditoriali e operosi d’Italia. Elevator Innovation Hub vuole proprio divulgare a Vicenza una cultura dell’innovazione e della creatività, ed essere uno spazio accogliente per tutti gli innovatori, i talentuosi, i visionari. Rosanna Lovato è un’imprenditrice di grandissima visione, e io ho subito creduto nel progetto. Un mese dopo quella chiacchierata di fronte alla macchinetta del caffè, abbiamo aperto la società, e a soli due mesi di distanza siamo entrati nell’hub con le prime cinque aziende. Insomma, tutto è andato molto veloce. Oggi le aziende nell’Elevator Innovation Hub sono tredici, c’è ancora una montagna di lavoro da fare, però le cose stanno andando bene.

Si va veloci, nell’Elevator Innovation Hub. Tu sei uno dei tre amministratori delegati, giusto?

Sì, siamo io, Giovanni Simonetto e Franco Scanagatta. Due persone che stimo molto, di grande visione ed esperienza.

Nell’Elevator Innovation Hub c’è un’atmosfera di innovazione, creatività e voglia di fare. Uno spazio di co-working 4.0, come lo ha definito uno startupper.

Esatto. Noi vogliamo fare shared innovation in un territorio che ancora conosce poco questi paradigmi. E il punto di partenza è naturalmente fare massa critica, portando nell’hub le menti più dinamiche, creative, capaci: startupper, imprenditori, visionari e imprenditori tecnologici che vedono in strumenti come i big data, la blockchain, il design thinking, la chimica verde, l’elettronica avanzata, la computer vision grandi opportunità di business, e crescita. Temi come l’economia circolare, le criptovalute, il nuovo artigianato digitale, l’architettura sostenibile, lo smart building, l’alimentazione del futuro, sono temi ineludibili.

Il nostro è un approccio aperto, trasparente, che dialoga con il territorio, con le imprese e con le persone. Ecco perché da noi le porte sono sempre aperte, per tutti. Pensiamo che la vera innovazione non possa stare chiusa dentro i laboratori, ma debba essere condivisa. Le idee, le informazioni devono circolare, e l’Elevator Innovation Hub vuole essere, nel suo piccolo, un habitat perfetto per l’innovazione. Vogliamo confrontarci con Vicenza, consapevoli di essere molto fortunati: sono pochi i territori in Italia, e in Europa, a unire aziende eccezionali come quelle che abbiamo qui con la bellezza delle architetture di Palladio, dei monumenti, e il confort di un benessere diffuso. Un innovatore può passare tutta la giornata da noi all’Elevator Innovation Hub a progettare, prototipare, incontrare i clienti, e la sera può andare a bersi lo spritz in Piazza dei Signori. Cosa si può volere di più? [ride]

E poi c’è il tema della posizione geografica. Vicenza dista da Milano appena due ore di treno, ma i prezzi di uno spazio di coworking qui da noi sono ben più convenienti. Ancora, basta un’ora e mezza d’auto per raggiugere Bologna. E tre quarti d’ora per arrivare a Venezia o Verona.

È vero, Vicenza è in una posizione incredibilmente favorevole. Siamo tra Venezia e Milano, nel cuore della Pianura padana, vicini a molti dei principali centri industriali del paese.

Tornando a un tema che ti sta a cuore, quello della shared innovation. Perché, secondo te, in molte parti d’Italia si fatica ad avere un approccio più aperto, e a condividere le informazioni?

La diffidenza, credo, è una delle cifre del nostro carattere nazionale. Del resto c’è una certa quantità di furbi, in giro, e questo induce noi italiani a diffidare non solo dei competitor, ma dei fornitori, dei clienti e persino dei collaboratori. Questo ci rende poco inclini a condividere le informazioni e le idee, a stringere partnership, a esternalizzare la R&D. Il know-how rimane chiuso nei nostri laboratori. Così non va bene. Ma il problema è culturale.

unnamedffsf

Per fortuna c’è l’Elevator Innovation Hub!

La nostra è una comunità di innovatori dove il know-how e le idee circolano. Nell’ecosistema vicentino dell’innovazione, noi siamo un habitat speciale, perfetto per chi vuole costruire la sua startup, il suo business, e vuole contare non solo su un’infrastruttura d’eccellenza e su una posizione ideale, ma su professionisti, tecnologi e creativi di alto valore, letteralmente a due passi dall’ufficio. Essere spazio di co-working 4.0 significa questo.

Share it